C’è una cosa che ho iniziato a notare. Le persone non sono stanche perché fanno troppo. Sono stanche perché non si fermano mai davvero.

Viviamo in un mondo che corre. Corre sempre. E la cosa più strana è che non c’è più nessuno che ci insegue. Eppure continuiamo a correre.

1. La sindrome del “Cravattaro”

È vero, la vita ci mette pressione: bollette da pagare, lavori arretrati, responsabilità. Però è anche vero che, molto spesso, non c’è nessuno che ci insegue davvero.

A meno che tu non abbia un cravattaro alle calcagna. E no, non è un commesso esperto di accessori maschili.

Avete presente quello? Quello che si avvicina, ti guarda, ti studia… e decide che oggi è il giorno in cui tu comprerai la cravatta più brutta della tua vita.

E magari poi ti fa: “Questo motivo è allegro… con la tua carnagione ti donerebbe”.

Fratello, è viola fluo…

Dicesi “cravattaro”, in romano: esattore di debiti. Se ne hai uno dietro… ok, corri. –


2. Esiste un altro modo: la via della lentezza

A un certo punto ho iniziato a pensare che esistesse un altro modo di stare al mondo. Un modo più lento. Ma non lento nel senso di pigro. Lento nel senso di consapevole.

Li chiamo così: Uomini Tartaruga.

E no, non intendo Maestro Muten, aka il Genio delle Tartarughe. Anche se, a pensarci bene, lui qualcosa l’aveva capito. (Ma questa è un’altra storia).

Gli uomini tartaruga non sono quelli che “non fanno niente”. Sono quelli che hanno capito una cosa semplice, ma difficile da accettare:

🐢 Non tutto deve essere veloce per avere valore.

Molte delle cose che contano davvero hanno bisogno di tempo. Prendete il ragù di manzo: ha bisogno di ore vere. Chiedilo a qualsiasi zia romagnola. Poi lo assaggi… e capisci. E ti abbiocchi (un must da vero uomo tartaruga).

Lo stesso vale per:

Il percorso universitario: Anche se incasinato, è la lentezza che ti dà sostanza.

Le relazioni vere: Non nascono in un weekend, si costruiscono nei decenni.

3. La pazienza come luce: il concetto di ṣabr

Nel mondo islamico c’è una parola bellissima: ṣabr. Non è solo “resistere”. È restare saldo, senza cedere alla fretta.

Il Profeta Muhammad (ﷺ) disse:

“La pazienza è luce.”
Non velocità. Non efficienza. Luce.

4. Abbiamo interiorizzato il ritmo del capitale

Viviamo in una società che ci dice che valiamo per quanto produciamo. Più fai, più vali. E se ti fermi… sembri indietro. Il problema è che abbiamo interiorizzato questo ritmo. Non serve più qualcuno che ci sfrutti. Lo facciamo da soli.

Come direbbe Byung-Chul Han nella sua Società della Prestazione, oggi non ci dicono più “devi”. Ci diciamo da soli “posso fare di più”.

E allora ottimizziamo. Miglioriamo. Ma per cosa?

Perdiamo il tempo per pensare, per creare, per vivere davvero.

Spoiler: sei un essere umano. E vali a prescindere. Alhamdulillah.

5. Perché essere un Uomo Tartaruga è un atto di ribellione

Gli uomini tartaruga rallentano non perché non possono correre, ma perché scelgono di non farlo sempre. In un mondo che premia il rumore, loro scelgono di:

  1. Riflettere invece di reagire.

    2. Osservare invece di guardare.

    3. Ricaricarsi invece di esaurirsi.

    Non siamo macchine. Io, da musulmano, credo che siamo stati creati per adorare Allah. Serve equilibrio. L’autosfruttamento svuota, ma le opere fatte fī sabīlillāh (per la causa di Allah) restano.

    Conclusioni: Il segreto del “Ma”

    Pensa a Hayao Miyazaki. Nello Studio Ghibli, i suoi film non vengono semplicemente “prodotti”, vengono coltivati. Miyazaki insiste sempre sull’importanza del “Ma” (間): quei momenti di vuoto, di apparente silenzio, dove i personaggi guardano le nuvole o aspettano un bus sotto la pioggia.

    Molti produttori gli dicevano: “Taglia queste scene, rallentano l’azione”. Lui rispondeva di no. Perché senza quei momenti di vuoto, l’azione non ha senso. Senza il silenzio, il rumore è solo fastidio.

    Essere un uomo tartaruga significa accettare una cosa scomoda: non tutto il tempo deve essere produttivo. Il tempo che chiamiamo “perso” spesso è proprio quello in cui stiamo proteggendo il nostro spazio di luce, il nostro intervallo di senso.

    Nel 2026 il problema non è che facciamo troppo poco. È che non sappiamo più stare fermi senza sentirci in colpa.

    Correre sempre non è vivere meglio. È solo vivere più velocemente.

    Forse, alla fine, essere un uomo tartaruga è solo questo: smettere di inseguire la vita e accorgersi che non è mai scappata.

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